LC CREATIVE STUDIO

Per più di un secolo abbiamo imparato a guardare le immagini in orizzontale. Lo schermo cinematografico si è allargato, ha cambiato proporzioni e tecnologie, ma ha continuato a svilupparsi soprattutto davanti ai nostri occhi, da sinistra verso destra. Poi quello schermo è entrato nelle nostre tasche.

Lo smartphone non ha semplicemente aggiunto un nuovo dispositivo attraverso cui guardare video. Ha modificato alcune delle nostre abitudini visive: oggi una parte consistente dei contenuti che incontriamo ogni giorno passa attraverso uno schermo che teniamo naturalmente in verticale.

Instagram, TikTok, Reel e Shorts hanno trasformato il 9:16 in uno dei formati più riconoscibili della comunicazione digitale. Ma se per anni abbiamo associato il verticale soprattutto ai social, oggi qualcosa sta cambiando. Il 9:16 sta diventando anche uno spazio nel quale raccontare storie.

 

La prima differenza può sembrare semplicemente geometrica. In realtà cambia molto di più. Passare da un’immagine orizzontale a una verticale significa ridisegnare lo spazio dell’inquadratura. C’è meno possibilità di sviluppare l’azione lateralmente, mentre acquistano importanza l’altezza, la profondità, il corpo e soprattutto il volto.

Un personaggio può occupare quasi interamente il frame. Due soggetti possono essere costruiti su piani differenti. Un movimento dal basso verso l’alto può diventare parte della composizione. Il limite, quindi, può trasformarsi in linguaggio.

Ed è qui che emerge una distinzione fondamentale: girare in verticale non equivale a ritagliare in verticale. Il Vertical Film Festival, nato in Australia nel 2014 per esplorare le possibilità artistiche del tall screen, richiede che le opere siano concepite e realizzate originariamente in verticale, e non semplicemente ricavate dal ritaglio di immagini widescreen.

Significa decidere il formato quando la storia viene pensata, non quando il contenuto è già finito. Ed è una logica che appartiene tanto al cinema quanto alla comunicazione.

 

Il verticale, infatti, non vive più soltanto nello spazio di uno scroll. Anche il cinema ha iniziato a sperimentarlo.

In Italia uno degli esempi più interessanti è il VerticalMovie Festival, manifestazione internazionale dedicata alle opere audiovisive realizzate in formato verticale. Nato nel 2018, nel 2026 arriva alla sua nona edizione, prevista dal 29 settembre al 1° ottobre alla Casa del Cinema di Roma.

Per l’edizione 2026, inoltre, il progetto Vertical Talent – Powered by Canon ha selezionato cinque autori chiamati a realizzare cortometraggi in 9:16 della durata massima di dieci minuti utilizzando una Canon EOS C50. Questo permette di sfatare un piccolo equivoco: verticale non significa necessariamente smartphone.

Il telefono ha contribuito enormemente alla diffusione di questo formato, ma il 9:16 è una proporzione dell’immagine, non una tecnologia di ripresa. Può essere utilizzato per un contenuto realizzato con uno smartphone così come per un’opera costruita attraverso strumenti professionali. A fare la differenza resta ciò che succede dentro il frame.

 

Se il cinema sta esplorando un formato diventato familiare attraverso gli smartphone, i social stanno facendo contemporaneamente il percorso inverso: prendono sempre più elementi dalla costruzione audiovisiva.

Un Reel non è un cortometraggio e un TikTok non deve necessariamente comportarsi come una scena cinematografica. Le finalità sono differenti. Eppure, esiste un territorio comune: l’attenzione. Chi realizza un film decide dove portare lo sguardo dello spettatore. Chi costruisce un contenuto social deve affrontare la stessa domanda in un ambiente nel quale quello spettatore può andarsene con un semplice movimento del pollice.

TikTok raccomanda, per esempio, l’utilizzo del formato verticale 9:16 e invita a considerare già durante la produzione gli elementi dell’interfaccia che occuperanno parte dello schermo. Nelle proprie indicazioni creative propone inoltre una struttura basata su hook, body e close: attirare l’attenzione, sviluppare il messaggio e arrivare a una conclusione. Non è cinema. Ma è comunque racconto audiovisivo.

 

Ed è probabilmente qui che il discorso sulla crescita online diventa più interessante. Si parla moltissimo di hook, trend, frequenza di pubblicazione e primi secondi. Sono elementi importanti. Ma rischiano di diventare formule se dietro non esiste una direzione.

Perché convincere qualcuno a fermare il pollice è soltanto il primo passaggio. Poi bisogna dargli un motivo per restare. Un volto, una domanda, un movimento di macchina, un dettaglio, una battuta, un cambio di ritmo. Anche un video di pochi secondi nasce da una successione di scelte. È uno dei punti nei quali cinema e social possono incontrarsi senza diventare la stessa cosa.

Il cinema porta con sé più di un secolo di sperimentazione sul modo di utilizzare immagini, montaggio, suono e tempo per costruire un’esperienza. La comunicazione digitale lavora invece con velocità, immediatezza, piattaforme e comportamenti di fruizione differenti. Metterli in dialogo significa chiedersi cosa può imparare un linguaggio dall’altro. Non come rendere “cinematografico” qualsiasi Reel, ma come raccontare meglio anche quando abbiamo a disposizione trenta secondi.

 

Cynthia Achonu, fondatrice e amministratrice di LC Creative Studio

È in questo spazio tra produzione audiovisiva e comunicazione digitale che si inserisce il lavoro di LC Creative Studio. Quando pensiamo a un contenuto, il formato non è l’unica domanda. Prima vengono l’idea, ciò che vogliamo comunicare e le persone alle quali vogliamo arrivare. Poi entrano in gioco la piattaforma, le immagini, le riprese, il montaggio e il modo in cui quella storia dovrà vivere sullo schermo.

Perché realizzare un contenuto per i social non significa semplicemente accendere una videocamera in verticale. Significa sapere perché stiamo scegliendo quell’inquadratura, quel ritmo e quelle immagini. È lo stesso principio che porta LC a far dialogare due competenze che oggi hanno sempre più bisogno l’una dell’altra: creatività e strategia.

La produzione audiovisiva permette di dare forma all’idea. La strategia permette di capire dove quell’idea deve arrivare, a chi deve parlare e attraverso quale linguaggio. Un contenuto può avere un obiettivo di comunicazione e mantenere una forte cura visiva. Può essere immediato senza essere improvvisato. Può seguire le dinamiche di una piattaforma senza perdere la propria identità. Ed è forse proprio questa la sfida dei contenuti verticali: non occupare semplicemente uno schermo, ma capire cosa farne.

 

Il verticale non deve sostituire l’orizzontale. Non è una gara tra formati e non è nemmeno necessario trasformare ogni nuova abitudine digitale in una rivoluzione del cinema. È, più semplicemente, una possibilità narrativa in più.

Un filmmaker può utilizzarla per sperimentare una composizione differente. Un creator può costruire un contenuto pensando realmente allo spazio nel quale verrà visto. Un brand può smettere di considerare il video come qualcosa da produrre perché “serve un Reel” e iniziare a chiedersi che cosa valga davvero la pena raccontare.

Dalla sala cinematografica allo smartphone cambiano il formato, il tempo, il contesto e il modo in cui guardiamo. Ma la domanda rimane sorprendentemente simile: perché qualcuno dovrebbe continuare a guardare? Lo schermo cambia. La necessità di raccontare qualcosa che valga la pena guardare, no.

 

Se hai tante idee ma non sai ancora come trasformarle in contenuti capaci di raccontare davvero chi sei, Creator Start nasce proprio da qui. Dall’idea alla direzione creativa, fino alla realizzazione: costruiamo insieme contenuti pensati per il tuo progetto e per le piattaforme su cui vuoi farlo crescere.

 

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